Non si sfugge alla propria coscienza. Poco importa che essa sia corrotta dalla disillusione di una maturità sconfitta (Lord Henry Wotton) o dall’egoismo di voler apparire solo nello splendore dei propri pregi. Questi atteggiamenti mietono inevitabilmente vittime predestinate quali l’innocenza (Sybil Vane) e l’arte (Basil Hallward), entrambi parti integranti dell’anima stessa ma soffocate la prima dalle delusioni della vita, condizionate dai sentimenti e dal rapporto con gli altri, e la seconda dalla stessa bellezza che, proprio perchè rappresentata e quindi fissata in un momento irripetibile, si rivolta contro la mano stessa che è riuscita a descrivere quel che le apparteneva e che non è più. Il ritratto di Dorian Gray, letto a 40 anni, comunica significati assai differenti da quelli acquisiti in età giovanile, quando il mito della bellezza eterna sembrava poter essere realizzabile. D’impulso, mi viene da pensare che la corruzione da parte della maturità sconfitta sia il primo colpevole di questo continuo scempio d’anime, ma non posso non ammettere che tutto, dall’innocenza alla bellezza, dall’arte all’incoscienza, dalla corruzione alla disillusione, è in realtà parte di quell’anima che ci portiamo appresso carica di tutti i significati che l’esperienza ci insegna, e che purtroppo sempre più difficilmente riusciamo a imparare. Il libro di Oscar Wilde descrive superbamente ognuna di queste realtà dell’anima, lasciandone a mio parere solo una inespressa: la consapevolezza, che probabilmente arriva con la senilità, tempo che Dorian Gray non ha saputo attendere, distruggendo la propria coscienza proprio sull’orlo della consapevolezza, invece di accettarla anche a costo di perdere la propria immagine e i propri privilegi.