Strumentalizzando gli avvenimenti che hanno tristemente portato Brescia al centro della cronaca nera italiana, il senatore leghista Roberto Castelli, attacca sulle pagine del “Giornale” il sindaco di Brescia, Paolo Corsini, che secondo lui “è stato il braccio destro di un’area che ha gestito la città con l’apertura indiscriminata a tutte le forme di emarginazione“. Rileggendo però alcuni passi di questa ricerca congiunta del Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Brescia e dell’Associazione industriale bresciana datata 2002, e riportata il 15-7-2003 dal sito www.lavoce.info, a firma del collaboratore Enrico Marelli, professore ordinario di Politica Economica nella Facoltà di Economia dell’Università di Brescia, non mi sembra di poter imputare a Corsini ogni colpa, in quanto vi si leggeva: ” Il caso dell’industria bresciana, peraltro simile a diverse altre realtà del Nord-Est italiano, è emblematico e consente di rispondere alla domanda cruciale: le immigrazioni sono solo un male da cui rifuggire cercando di individuare lo strumento di contenimento più efficace? Oppure sono un modo per preservare adeguati livelli di efficienza produttiva o addirittura mantenere attività economiche destinate altrimenti a scomparire o a essere delocalizzate in altri Paesi?
Nella provincia di Brescia vi è virtualmente piena occupazione, con tassi di disoccupazione a livelli frizionali (poco più del 4 per cento) e tassi di attività in crescita soprattutto nella componente femminile. Se la domanda di lavoro dovesse espandersi nei prossimi anni a ritmi relativamente intensi, una volta superata la momentanea fase congiunturale negativa, un equilibrio nel mercato del lavoro si potrebbe determinare solo in due modi: o con un incremento eccezionale dei tassi di attività femminili (nel periodo 2000-05 da un minimo di 4 punti a un massimo di 7 punti percentuali). Oppure con flussi d’immigrazione stimati in almeno 5mila-6mila unità l’anno. (2)
La prima soluzione è poco realistica anche perché, se si tiene conto della qualità dei posti di lavoro oltre che del loro numero complessivo, implica una rapida trasformazione dell’apparato produttivo verso attività terziarie o a più alto valore aggiunto.
Sulla base di questi primi dati, è quindi evidente il ruolo essenziale giocato dall’immigrazione in un contesto di eccesso di domanda di lavoro, almeno in certi settori e per talune mansioni. Qualche altro dato può essere utile per caratterizzare meglio il fenomeno.
Nel 2001 la popolazione straniera in provincia di Brescia era già pari al 4,3 per cento del totale: un’incidenza quasi doppia di quella media nazionale e destinata a crescere di circa la metà alla conclusione della sanatoria in corso. La quota degli immigrati ha addirittura superato il 20 per cento sugli avviamenti totali, che misurano i flussi lordi in entrata nel mercato del lavoro.(3)
I due terzi delle imprese manifatturiere bresciane, incluse quelle di minori dimensioni (da 20 a 50 addetti), utilizzano lavoratori extracomunitari.
Il titolo di studio di questi è relativamente basso (il 41 per cento non ha alcun titolo di studio e il 59 per cento un titolo di scuola media inferiore); la posizione professionale più frequente è quella di operaio (generico nel 72 per cento dei casi e qualificato nel 20 per cento). L’incidenza dei lavoratori immigrati sulle assunzioni totali previste per il biennio 2002-03 era stimata pari al 40 per cento. Si tratta quindi di un fenomeno già rilevante, ma tendenzialmente in espansione.
Le imprese si dichiarano nel complesso soddisfatte del lavoro degli extracomunitari, di cui apprezzano l’impegno nello svolgimento di mansioni anche pesanti (sono occupati in larga parte nei settori metallurgico-siderurgico e meccanico) e la disponibilità all’apprendimento. Appositi percorsi formativi per elevare il capitale umano degli immigrati sembrano perciò essenziali non solo per favorire una loro piena integrazione nella società e per migliorare la loro collocazione nella scala sociale, ma anche per assecondare le trasformazioni dell’apparato produttivo, che nel lungo periodo dovrà puntare su produzioni o fasi necessariamente più elevate.
Ma estremamente significativa è la risposta alla domanda sui motivi del ricorso ai lavoratori extracomunitari. Ebbene, come prima scelta tra le risposte possibili, l’84 per cento delle aziende indica la non reperibilità di lavoratori nazionali, con punte del 100 per cento in alcuni settori (alimentare, calzaturiero, carta e stampa, maglie e calze, materiali da costruzione). Al contrario, la maggiore flessibilità degli immigrati su orario, organizzazione del lavoro, condizioni ambientali, non è ritenuta di primaria importanza.
Il caso dell’industria bresciana, che può essere facilmente esteso a diverse altre realtà industriali (e non) del Paese, illustra bene come gli immigrati siano spesso una risorsa: senza di loro, molte attività dovrebbero interrompersi, con ovvie ricadute negative sull’occupazione e sui redditi degli stessi lavoratori autoctoni.”
Sicuri che gli extracomunitari li abbia reclutati proprio tutti “l’area Corsini” ? E casomai, a favore di chi ?