CoRobi

February 21, 2007

Porte

Categoria: Reminiscenze - Autore: Robi

Mi sono fatto l’idea che nella vita vi sono porte che non ho mai voluto aprire, altre che ho aperto e poi richiuso, altre che ho riaperto, quando credevo ormai di averle chiuse per sempre. Circa tre anni fa, mi trovavo a Francoforte, in uno dei viaggi di lavoro che a quei tempi mi concedevo abbastanza frequentemente. La porta che si stava aprendo era molto invitante allora: viaggi in giro per l’Europa, parlare in inglese, intrecciare rapporti e una posizione forse anche un poco da invidiare. Ero completamente assorbito dalle aspettative che quel mondo mi trasmetteva, e dai progetti che si dipanavano. Quella sera a Francoforte, al rientro in albergo, mi concessi un drink prima di salire in camera, in uno di quei momenti in cui, con la cravatta slacciata e i bottoni del collo della camicia aperti, l’uomo d’affari smette la sua aria d’importanza per rientrare nei suoi panni più fragili. Notai nella saletta vuota della hall ormai deserta, un pianoforte verticale, aperto sui tasti ingialliti da un disuso cronico. “Sarà senz’altro scordato come una campana” pensai. Mi avvicinai per trovare conferma alla mia supposizione sfiorando una scala di do, ma con grande sorpresa dovetti invece ricredermi: l’accordatura era solo un po’ calante sulle note centrali, ma tutto sommato accettabile. Fu in quel momento che, attirata dal suono dello strumento, la ragazza tedesca, una brunetta inusuale per quei luoghi di valchirie bionde, tentò con un inglese zoppicante di invitarmi a suonare qualcosa. Da quanto tempo non suonavo ? Me ne accorsi solo in quel momento, quando con imbarazzo, cercai di spiegare che non sapevo suonare. La ragazza, delusa, rimase per qualche attimo, forse sperando che ci ripensassi, poi se ne andò guardandomi con scarsa convinzione, come se si ritenesse offesa dal mio rifiuto, ben sapendo che quella scala non poteva essere stata eseguita da un principiante. Eppure in quel momento per me era davvero così: io davvero non sapevo suonare, o perlomeno, non riuscivo a ricordare una melodia, un arpeggio, un accompagnamento, una canzone da poter eseguire lì, su due piedi. Mi accorsi allora che avevo chiuso una porta senza nemmeno essermene reso conto, e che forse, me ne ero andato senza nemmeno salutare, o dire quando sarei tornato. Intensamente, sentii anche di aver lasciato ancora qualcosa di incompiuto, dietro quella porta. Così una volta a casa, aprii la tastiera del mio Mahler, dove i tasti in galatite ancora mi attendevano, certi del mio ritorno. Decisi di voler ancora tenere aperta quella porta, e di accettare il rischio di chiudere le altre, o di socchiuderle quanto basta per non entrarci più completamente. Forse feci un passo indietro. O forse il passo giusto.

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