Io e Cinto non eravamo gli unici chitarristi della compagnia. Ad alzare il tasso tecnico generale (finalmente qualcuno che sapeva solfeggiare e leggere uno spartito come se fosse la pagina di un libro) c’era Pirgi, di vocazione clarinettista, ma indotto alla chitarra dal cognato, raffinato cultore di scuola folk, e dal provato successo dei chitarristi nei confronti del genere femminile (questo in verità accomunava un po’ tutti i chitarristi dell’epoca, e succede forse un po’ anche adesso, anche se mi sembra che si vedano in giro molti meno chitarristi di un tempo). Lui era un purista, niente pasticci di accordi ed energiche plettrate, ma un serio e compìto studio delle partiture, degli arpeggi e degli assoli. Quando dedicemmo di mettere su la prima band, i ruoli erano assegnati naturalmente: Pirgi lead guitar, Cinto ritmica, io cantante con concessioni strumentali a piacere (il solito leader ingestibile). Beatles, Rolling Stones, Deep Purple, Joe Cocker era il grezzo repertorio dei Prinz, nome ottenuto unendo il titolo tedesco (ma che c’entrava ?) del nostro libro prediletto, Il Piccolo Principe, e la NSU Prinz bianca con la quale Pirgi, fresco di patente, ci scorazzava in giro.
Grazie alla sua fervida iniziativa mi convinsi ad iscrivermi alla SIAE e a depositare i miei primi lavori. Mi diede anche lezioni di solfeggio per poter passare l’esame come compositore-trascrittore. Poi vennero il musical e, con la mia evoluzione musicale a tastierista, il duo piano-bar. Fu ancora lui ad avvicinarmi al mondo dei computer, sperimentando per primo l’informatica applicata anche alla musica. Poi la lontananza e le occasioni lavorative diverse lo hanno spinto verso altre mete e altri traguardi, sempre con il successo che consegue la sua tipica tenacia. Un giorno mi disse di rimpiangere di non essere stato per me quello che Keith Richard fu per Mick Jagger, o che Maurizio Solieri fu per Vasco Rossi, ma, a parte i paragoni un tantino esagerati, credo invece che entrambi abbiamo avuto da noi stessi quello che le nostre potenzialità potevano esprimere, solo limitate dal fatto di essere nati in una città dove allora era difficile prendersi sul serio facendo quel mestiere. Non abbiamo visto abbastanza lontano, ci siamo accontentati di un gioco e gioco è rimasto. Può darsi che sia anche per questo che è rimasta intatta la passione, se avessimo dovuto lavorare per contratto o per necessità, l’arte se ne sarebbe inesorabilmente andata, invece così fa ancora capolino di tanto in tanto, e se solo avessimo ancora il tempo, il silenzio e il tormento per ascoltarla…



