Cos’è il tormento, il demone di un artista ? Spesso il suo stesso conforto e il suo stesso nutrimento. Con questo filo conduttore Susan Vreeland, scrittrice californiana, descrive nel libro “L’amante del bosco” la vita di Emily Carr, pittrice canadese famosissima in patria, meno in Europa, per aver contribuito con le sue opere a descrivere la bellezza della Columbia Britannica, attraverso i soggetti degli indiani nativi: pali totemici, foreste e boschi impenetrabili. L’autrice mescola nel libro storia e fiction, creando un romanzo attraverso la ricerca dei luoghi, delle persone e naturalmente dei quadri che la protagonista ha lasciato. Ambientato nei primi del ‘900, descrive la difficoltà per una donna di quei tempi di vivere la propria vita di artista, ancor più vivendo “da selvaggia” a stretto contatto con le tribù native. I personaggi della storia, soprattutto quelli realmente esistiti, anche se rappresentati con i tempi dovuti ad un romanzo, sono i più affascinanti: dall’ingenua cestaia indiana Sophie ai suoi figli, al candido Harold, alle sorelle Lizzie e Alice, all’amica Jessica passando attraverso le citazioni di Whitman e agli artisti fauvisti parigini, da Modigliani a Matisse, si snoda la vicenda di un’artista scoperta molto tardi, ma con una necessità di espressione interna tale da resistere alle difficoltà dei suoi tempi. La quarte parte in particolare, è quella che più mi ha entusiasmato, proprio quando, travolta anche dagli eventi della guerra, Emily “decide” di essere ciò che vuol essere, proprio quando l’aridità sembra averla strappata per sempre all’arte, grazie al riconoscimento del suo lavoro da parte non di un museo o di un critico ma di un ragazzo che vede nei suoi quadri la vita che non ha potuto avere. Forse il romanzo può sembrare scritto un po’ troppo a misura per un pubblico femminile (guarda caso le parti inventate riguardano soprattutto il mai completamente assaporato rapporto con Claude, pure lui inventato), ma interpretato dal lato artistico e culturale, con i suoi frequenti richiami alla lingua e alla cultura indiana, l’ho trovato affascinante e a tratti, illuminante, con richiami che non mancherò di riproporre anche qui nei prossimi post.



