Visto il titolo di questo articolo sul suo blog, temo che i suoi fans dei meet-up bresciani difficilmente potranno aspirare di poter incontrare Beppe Grillo a breve nel nostro territorio.
Parafrasando la famosa frase relativa a Napoli, in piena emergenza rifiuti, il comico si scaglia infatti contro la proposta governativa di costruire nuovi termovalorizzatori (o inceneritori che dir si voglia), sul territorio italiano, avvalendosi dell’esperienza maturata dal famoso impianto bresciano, premiato come miglior centro di smaltimento, ma tuttavia portatore di inquinamento e di conseguenti rischi annessi. Ritengo doveroso però nel mio piccolo analizzare alcuni dati al riguardo, partendo dalla mia esperienza personale (essendo bresciano) e dalla mia seppur limitata conoscenza del problema.
Nello scorso dicembre, nel latte di alcune aziende agricole dei dintorni di Brescia, sono stati riscontrati dei livelli troppo alti di PCB (policlorobifenili), e per questo il loro prodotto è stato respinto dalla locale Centrale del Latte. Il PCB è un composto organico tossico, utilizzato soprattutto nell’industria chimica e siderurgica, solo recentemente incluso nel calcolo della concentrazione della tossicità delle diossine. Il limite massimo imposto dalla normativa europea per la sua concentrazione nel latte è di 6 picogrammi per grammo di grasso, il che vuol dire che nella nostra zona da sempre è presente del PCB nel latte, anche se nei valori ritenuti “trascurabili” dalla normativa. E’ ben nota ai bresciani infatti la decennale questione del PCB della Caffaro, un’azienda chimica sita in prossimità del centro di Brescia, che con i propri scarichi avvelenò il terreno nei dintorni di via Milano, costringendo il comune ad opere di bonifica nel territorio, oltre a vietare il consumo di verdura e frutta coltivata anche privatamente nelle vicinanze. Ma anche per il latte ci sono dei precedenti già prima dell’istituzione del termovalorizzatore. Tuttavia il sistema di controllo della Centrale del Latte ha dimostrato di essere in grado di rilevare tempestivamente eventuali esuberi, visto che il latte è stato respinto ben prima di essere immesso nel ciclo produttivo, eliminando qualsiasi dubbio di contaminazione per il prodotto finale (sempre entro i limiti stabiliti dall’UE), come già avvenne nel 2004 durante l’emergenza aflatossine. Tra le cause dell’inquinamento di questo latte, c’è anche la evidente presenza del termovalorizzatore nelle vicinanze delle aziende agricole in questione. Altra precisazione: nelle stesse zone esistono altre aziende per le quali i controlli sono risultati nella norma, segno forse che il problema può evidenziarsi anche in modo disomogeneo, oltre ad essere stato riscontrato anche in zone di altre provincie come Mantova e Pavia e un paio di anni fa un caso simile fu portato alla cronaca dall’Inghilterra, direttamente analizzando il latte materno di alcune puerpere. Che il termovalorizzatore inquini, non vi sono dubbi, visto quello che “termovalorizza”, ma se paragoniamo il livello dell’inquinamento dell’impianto a tutte le altre forme di inquinamento presenti sul territorio (fabbriche, mezzi di trasporto, caldaie, camini) ecco che i valori rientrano nella media qualità dell’aria bresciana.
Qualità che non è affatto tranquillizzante, anche se, discutendo informalmente con alcuni utenti cittadini della linea teleriscaldamento generata dal termovalorizzatore, è emersa la loro soddisfazione per i vantaggi economici e qualitativi raggiunti grazie all’utilizzo dell’impianto. In alcuni comuni della provincia invece, da qualche anno è stata istituita la raccolta differenziata porta a porta per plastica, vetro, carta e scarti umidi, ma sembra che, dai dati rilevati da operatori della provincia, gli impianti riescano ad effettuare un reale riciclo intorno al 25% della raccolta. Il problema credo che stia qui: troppo costoso e complicato gestire gli impianti e i sistemi di ricilaggio. Il termovalorizzatore appare il sistema più pratico e immediatamente proponibile soprattutto in caso di emergenza. E’ ovvio anche che finchè perdurerà lo stato di emergenza, nessun altra prospettiva potrà essere presa in esame; da qui la solita domanda che potrà anche sembrare patetica e scontata, ma alla quale non riesco a sottrarmi: “A chi conviene mantenere una situazione di emergenza ?” Evidentemente qualcuno ha già pensato di guadagnarci sopra. Restiamo in attesa dei prossimi sviluppi dell’inchiesta di Grillo per vedere se salteranno fuori anche i nomi.
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Le tue preoccupazioni sono legittime. Ma il pastolotto di Grillo e quello che lui cita da ambientebrescia.it mi è sostanzialmente indigesto per molti motivi. La disomogeneità nei dati fra una cascina e l’altra del latte inquinato si può spiegare anche con “procedure errate” (eufemismo) nello smaltimento dei rifiuti da parte di molte industrie nella zona. Una delle due cascine di San Zeno coinvolte è purtroppo a valle di una zona in cui fino a qualche tempo fa si sarebbe potuto scaricare sostanze inquinanti senza essere visti. Un comportamento incivile e piuttosto diffuso, purtroppo.
Rimane indiscusso che la lobby degli inceneritori fa di tutto perché non aumenti la raccolta differenziata che va contro i suoi interessi.
Temo che le decisioni politiche degli ultimi giorni sul “caso Pianura” in Campania intendano utilizzare l’emergenza per legittimare ed adottare scelte di lungo periodo. In questi giorni, anche attraverso un bombardamento mediatico, intriso di superficialità e luoghi comuni sembrerebbe, infatti, che l’emergenza rifiuti in Campania possa risolversi soltanto attraverso discariche ed inceneritori, senza la consapevolezza che ciò rappresenta una strategia politica di lungo periodo e non unicamente la risoluzione del contingente.
Si vuole attuare una precisa scelta politica, oggetto di ripensamento in tutta Europa, ovvero sbilanciare la gestione dei rifiuti sulla realizzazione degli impianti, piuttosto che sulla politica delle “r”: riduzione dei consumi, raccolta differenziata, recupero, riparazione, riuso, riciclaggio.
Si vuole attuare una precisa scelta politica: realizzare in Campania tre impianti di incenerimento nel territorio della provincia di Salerno, ad Acerra (Napoli) e a Santa Maria La Fossa (Caserta). L’impianto di Acerra, come è noto, privo di valutazione d’impatto ambientale e vetusto nelle tecnologie, come ampiamente dimostrato dalla Commissione bicamerale sui rifiuti, è altresì sovradimensionato, e dunque per essere economicamente vantaggioso, dovrebbe bruciare quantità di CDR (combustibile derivato da rifiuti) in proporzioni tali da scoraggiare e quindi pregiudicare la raccolta differenziata e la filiera virtuosa ad essa riconducibile, determinando, come evidenziato dalla Corte dei Conti, anche un danno patrimoniale alle finanze locali.
L’orientamento dettato dall’emergenza intende sbilanciare la gestione del ciclo integrato dei rifiuti a favore di un sistema di combustione classica, assegnando la funzione principale all’ipotesi di incenerimento dei rifiuti, indicata invece residuale e marginale dalla normativa e dalla giurisprudenza vigente.
Per invertire radicalmente la rotta della politica dei rifiuti in Italia bisogna uscire dal cul de sac del cip 6 (poi certificati verdi), ovvero abrogare definitivamente, anche per gli impianti già realizzati, la delibera n. 6 del comitato interministeriale prezzi (cip) che nel 1992 dichiarava, unico Paese in Europa, il rifiuto fonte rinnovabile, prevedendo sovvenzioni pubbliche per gli impianti di incenerimento. È bene dirlo che il cip 6, prelevando le risorse direttamente dai cittadini, attraverso una quota posta nelle bollette dell’energia elettrica, ha influenzato, negli ultimi quindici anni, la politica dei rifiuti in Italia, incentrandola prevalentemente sulla fase terminale, appunto sullo smaltimento e sulla progettazione e realizzazione di impianti di incenerimento. Attraverso il cip 6 dunque sono state alimentate sacche parassitarie e rendite finanziarie che hanno avuto quale loro principale obiettivo quello di bruciare la maggior quantità di rifiuti “tal quale”, impedendo ed ostacolando, in alcune aree più di altre, il decollo della raccolta differenziata. I finanziamenti pubblici provenienti dal cip 6 hanno influenzato gli strumenti di pianificazione regionale e rallentato, non soltanto lo sviluppo della raccolta differenziata, ma altresì lo sviluppo di vere fonti di energia pulita e rinnovabile come l’eolico ed il fotovoltaico. Una pratica quella dell’incenerimento che alimenta lo spreco, con una resa energetica del 10-15% contro un dispendio di risorse che l’energia prodotta non compensa neppure lontanamente. Una pratica che incentiva la realizzazione di impianti che a pieno regime producono, al di là delle tossiche e nocive polveri ultra-sottili, una quantità di ceneri tali da richiedere la realizzazione di discariche in grande quantità per collocare i nuovi rifiuti prodotti dalla combustione. In questo senso basta fare un giro a Montichiari dove vengono tumulate le ceneri e le polveri del megainceneritore di Brescia, condannato tra l’altro da una recente sentenza della Corte di Giustizia.
Si prenda dunque con serietà e rigore l’ipotesi di passare da metodi primordiali di smaltimento quali “il fuoco e le buche” a modelli già sperimentati con successo in alcune parti d’Italia come il trattamento meccanico biologico “a freddo”. Si utilizzi l’emergenza come una grande occasione di rilancio e rinnovamento e non come il pretesto per affermare scelte che guardano indietro, ovvero all’era del fuoco.
Alberto Lucarelli
Ordinario di diritto pubblico
Università di Napoli Federico II
Bel post, davvero un’ottimo esempio di comunicazione ambientale. Niente politica, niente allarmismi, nessuna polemica. Solo un’esposizione dei fatti… 10++ ![]()
L’avvocato, invece, non ha fatto comunicazione ma solo proselitismo…
@ tfrab: E’da dimostrare infatti che siano gli inceneritori in quanto tali a produrlo, piuttosto che il problema nasca dalla tipologia del materiale che viene incenerito.
@ Wally: Condivido appieno il tuo eufemismo. A chi conosce bene la zona non può sfuggire una possibile e più che reale alternativa al riguardo.
@ Alberto: Ma possibile che questo paese sia sempre in balia di qualche lobby in grado di anteporre i propri interessi a quelli di tutta la comunità ?
@ pieroC: Credo di aver capito che l’opinione del dr. Lucarelli sia anche la tua. Se ho capito bene sei di quelle parti anche tu, se è così, saresti disposto ad aspettare i tempi per l’attivazione di una gestione biologica a freddo (che io peraltro condivido), con i sacchetti davanti a casa ?
@ Lilla: Devo dare adito però che anche certi ragionamenti “moderati” a volte sono la conseguenza di una provocazione o di una polemica. A ciascuno il suo.



si può discutere, e anche parecchio, su pregi e difetti degli inceneritori.
che emettano PCB è estremamente inverosimile: a dirla tutta il PCB è il classico inquinante che è meglio distruggere con un inceneritore invece che rischiare si propaghi nell’ambiente.