Il successo di un libro, o di un film, non viene decretato unicamente da un coro di consensi e di approvazioni, ma anche, e forse soprattutto, da quanto l’opera non lasci indifferente lo spettatore, che può rimanerne colpito sia positivamente che negativamente. Tuttavia è davvero inconsueto come la storia della vita di Chris McCandless, illustrata prima dal libro “Nelle Terre Estreme” di Jon Krakauer e successivamente dal film di Sean Penn “Into the wild“, trovi tanto entusiasmo così come tanta disapprovazione. Il film mi era stato perspicacemente consigliato da Jakala qualche mese fa, mentre Elefante mi ha regalato il libro, al quale il film è stato ispirato. Il film si concentra sulla storia di Chris McCandless, mentre il libro si apre ad altre esperienze simili, come quelle di Everett Ruess, Gener Rosellini, John Waterman, Carl McCunn e lo stesso autore Jon Krakauer, scrittore ma soprattutto alpinista di fama mondiale. Storie di montagne, di solitudine nella quale uomini rifuggono, forse per trovare se stessi, forse per trovare il proprio senso, forse solo per “stare al di fuori”. Quasi mai per mettersi alla prova, perchè, al contrario di quanto spesso contestato all’autore fin dai tempi del primo articolo con il quale iniziò ad interessarsi a questa storia, non c’è desiderio di competizione in queste imprese, ed è difficile spiegarlo a chi invece le relega solo a questo obiettivo. McCandless non cerca di dimostrare alcunchè: nè coraggio, nè preparazione, nè ribellione; il suo è un dialogo con se stesso, una scelta che, come ogni scelta, porta delle conseguenze, comunque non inattese, per quanto non credo nemmeno auspicate. Se esistono storie per le quali trovo inopportuno scendere nel dettaglio per analisi tecniche di scrittura o di sceneggiatura, la storia di Into the Wild ne è una autorevole dimostrazione: le emozioni che intercalano le descrizioni di Karakauer così come le immagini di Sean Penn, aiutano i più sensibili ad identificarsi con un sentimento post-adolescenziale molto frequente: il rifiuto dell’autorità e dei condizionamenti esterni a favore di una scelta drastica, che non ammette compromessi, una scelta che McCandless non ha potuto più revocare anche quando forse avrebbe voluto, dopo essersi riempito del sapore della libertà. Ho trovato il film molto emozionante, gonfio di aforismi e slogan, alcuni inediti dello stesso McCandless (La felicità e vera solo quando è condivisa), altri sottolineati dallo stesso protagonista nei libri che lo hanno accompagnato nella sua avventura, da Tolstoj (Credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità), a Thoreau (I guadagni e i valori più alti sono ben lungi dall’essere apprezzati), che infiammano l’anima e ti lasciano sospeso sopra gli immensi panorami dello Stampede Trail, con la voglia di andare a cercare il bus 142 di Fairbanks, ancora abbandonato là dove il corpo di McCandless è stato rinvenuto. Il libro invece ne contiene altri, degli stessi autori, di Pasternak e di altri aggiunti da Krakauer come Campbell, Stegner, London, Chesterton, che sembrano voler andare al di là della storia, a toccare il cuore di chi sogna la libertà cercando di convincerlo a cercarla con prudenza, senza troppo rancore, tenendo aperta la porta che si apre alle nuove necessità dell’animo, che difficilmente si mantiene sempre così coerente e rigoroso. Se non l’hanno già visto, credo di poter consigliare il film a Lilla, Emptyspiral (se non altro per la meravigliosa colonna sonora di Ed Vedder dei Pearl Jam), Vendostelle, Luca Capone e Cattiva81 (a cui però consiglio anche il libro), mentre forse piacerà più il libro a Sergio, Alberto, Dioniso e Wally.
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Sono contento che ti sia piaciuto il film, il libro devo ancora leggerlo, anche se mi hanno detto che e’ un po’ diverso.
Jak
@ Isabel: Il film l’hai già visto ? Perchè se è così, sappi che il libro è molto diverso, non è un romanzo ma un reportage, forse più reale ma un po’ meno romantico.
@ Jakala: grazie ancora del consiglio, anche se forse è un po’ “mestierato”, era da tempo che non accettavo di emozionarmi così, abbaondonandomi alla storia, senza pregiudizi. Il libro, sì è un po’ diverso, pur se centrato sulla figura del protangonista è un discorso più ampio, di storie dirette e raccontate, non romanzato come il film, ma nemmeno completamente reale, perchè non tutto si sa di quei due anni vissuti da McCandless.
Anche secondo me quello è il metodo migliore per vedere questo film, abbandonarsi ai suoi ritmi ed assistere alla rinascita del protagonista.
Con nuovi genitori, nuovi amici.
Oltretutto con una colonna sonora fatta da Veder che si sposava con le immagini.
Grazie per la segnalazione! Sono appena rientrato e, quanto prima, lo cercherò! saluti - Sergio



devo decidermi a leggere il libro