Questo non è un post a favore nè contrario al maestro unico. E’ un ricordo nostalgico che si lega alla mia esperienza personale, vecchia di una trentina d’anni. Erano infatti i tempi alla fine degli anni ‘70 a caratterizzare la mia istruzione primaria, affidata appunto ad un maestro unico. Devo essere uno dei pochi fortunati a ricordare con affetto quegli anni, visto che da altre parti leggo pareri contrastanti al nuovo DL Gelmini, proprio in relazione alla propria (negativa) esperienza personale. Anch’io in effetti ho sentito parlare di insegnanti esauriti avvezzi a punizioni corporali piuttosto che psicologiche, evidentemente colpevoli di una crescita dei proprio alunni in qualche modo deviata e solo in alcuni sparuti casi recuperata negli anni successivi. Nel 1970 invece, io fui affidato, nella scuola elementare comunale di Carcina, paese situato proprio alle porte della Valle Trompia, a nord di Brescia, alla maestra Marilena Plebani, gentile, ma irreprensibile esempio di impegno e determinazione alla ricerca della comprensione e dell’empatia nei confronti dei propri allievi. Ricordo i tre anni con lei carichi di entusiasmo e soddisfazioni, colmati da gratificazioni e incentivazioni, sforzi e risultati corrispondenti, gonfi di un atteggiamento di accoglienza e attenzione che mai più avrei trovato negli anni successivi, allorchè, alla scuola media, feci la mia scoperta del modello “plurimo”. Considerando il fatto di aver cambiato sistematicamente insegnanti ogni anno, dovrei avere impressi nella memoria almeno una trentina di insegnanti, autori del mio passaggio alle scuole medie, in quel di Lumezzane San Sebastiano, negli anni tra il 1976 e 1979. Invece, seppur scavando con impegno, non rimane che qualche barlume sfocato, la professoressa Delai di italiano, la prof Licciardello di Matematica, il prof Restivo di inglese e il prof Ghidini di Applicazioni Tecniche. Addirittura più rarefatti i volti e i ricordi relativi agli anni più recenti della scuola superiore: Maria Piras di Lettere, Franco Bocci di Fisica, Graziani di Matematica (supplente). E tutti gli altri dove sono finiti ? In quale profondo corridoio buio della memoria hanno varcato la porta, senza lasciare tracce, giudizi, aforismi, esempi ? Qual è stato il peso del loro passaggio sulla vita di quei piccoli uomini che ora dovrebbero essere in grado di gestire, se non di cambiare, il mondo che è cresciuto intorno e insieme a loro, se neanche i loro volti, nè i loro nomi sono rimasti a fissare un ideale, un esempio, un obiettivo da raggiungere. Perchè negli anni della disillusione e della consapevolezza, i ricordi vanno invece più affettuosamente a cercare una frase di Lucy Frigerio o Tarcisio Bugatti, una canzone di Diego e Uberto Bonomi , un silenzio di Lucio Sala e Claudio Bianchi, gente che senza stipendio, nè autorevolezza, hanno riempito di sassi una piccola sorgente, ansiosa di diventare un lago colma di tutte le domande, tutte le inquietudini, tutti i dubbi e tutte le ansie tipiche di quell’età. Non fu scuola, eppure fu insegnamento, non fu istruzione, ma crescita, non fu confronto, ma autostima. Tutto quello che oggi si cerca nell’istituzione scolastica: non di diventare sapienti, ma uomini, non professionisti ma utili, non leader ma partecipanti. Gli eroi della nostra vita continuano a passarci accanto mostrandosi con un gesto, un sorriso, uno sguardo, una parola, là dove siamo disposti ad ascoltare senza aspettative, senza un voto, guidati dagli stimoli che solo un eroe può dare. E per ognuno ci sono eroi diversi, spesso inconsapevoli ma determinanti, che accompagnano la vita con i semi dell’esempio, con i suoni dell’ispirazione, con le verità della convinzione. Unico o in team, ogni allievo ha diritto ad un “maestro” in una istituzione nella quale si possa sentire “qualcuno”, in un “qualcosa”. Tutto il resto può cambiare e migliorare o peggiorare, ma deve accadere senza intaccare questo diritto che a molti continua ad essere negato.
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