Per scrivere una recensione di “Sette anime“, il nuovo film di Gabriele Muccino con la partecipazione in veste di attore principale (anche se dubito che questa performance potrà fruttargli l’Oscar) e produttore di Will Smith, è necessario chiedersi il motivo per cui si guarda un film. Il mio motivo principale è quello di cercare emozioni, indipendentemente dai generi, dalle morali, dai significati. Emozioni che non siano riconducibili unicamente ad un determinato decibel di suono, o all’artificio di un montaggio spettacolare, ma che agitino le acque dell’animo in un turbine di sensazioni più che di pensieri. Sette Anime non è di certo un film scorrevole e l’utilizzo del flashback a volte è quasi fastidioso, ma è un film che tenta di catturare l’attenzione e la concentrazione, richiedendo a volte anche un po’ di buona volontà, a fronte di un premio che è solo nelle scene finali, a ricomposizione di ogni tassello, ma che proprio qui richiama tutta la sensibilità e la liberazione che solo la completa conoscenza sa dare, filtrando tutti i sentimenti, i sensi di colpa, o se preferite, la responsabilità, l’altruismo, l’amore, la bontà, che si risvegliano molto diffusamente in un lacrimare che trattiene facilmente alla poltrona la maggior parte degli spettatori anche qualche minuto dopo l’inizio dei titoli di coda, merito anche di una colonna più che adeguata che si infiltra discretamente ma consistentemente lungo tutto il film.






