Succede che tra i regali ricevuti a Natale, ce ne sia uno che più degli altri cattura la mia attenzione e il mio interesse, non solo per il contenuto, ma anche per le storie che via via scopro cercando notizie sugli interpreti e sugli autori di questo progetto. La matrice del progetto a dire il vero è un’associazione ben nota al pubblico bresciano: l’Associazione Palcogiovani, attiva dal 1998 con lo scopo di condividere ed organizzare manifestazioni di carattere musicale, teatrale, culturale e ricreativo senza fini di lucro. Tra gli obiettivi dell’Associazione c’è da tempo anche la salvaguardia della lingua e delle tradizioni locali, che, dal punto di vista musicale, sfociano ormai da 7 anni nella distribuzione del CD “Gòi de cöntàla ?“, rassegna annuale di musiche parole e ritratti della tradizione bresciana (il titolo,tradotto, significa “Devo raccontarla ?”) . Il mio regalo non è stato tuttavia l’ultima edizione di questo CD, solo da pochi giorni in commercio, ma la precedente, la 6°, stampata alla fine del 2006. In questo CD ho trovato artisti ben noti ai cultori delle tradizioni dialettali bresciane, Francesco Braghini, Piergiorgio Cinelli, i Macc de le Ure, Mauro Bacchetti, L’Archidamo, ma non seguendo con costanza questo genere, nonostante alcune mie canzoni siano state tradotte dalla poetessa Lucia Cattalini e abbia in serbo l’idea di musicare alcune poesie della poetessa Lucia Cò, all’inizio ho pensato che fosse una classica pubblicazione di brani storici, magari riarrangiati per sfruttarli poi in spettacoli commemorativi alla Nave di Harlock, o nei teatri della provincia. Ed infatti, se l’ascolto si fosse limitato ai brani dei nomi sopracitati, oltre che a quello dei Cantur di Verolavecchia, le aspettative sarebbero state rispettate. Poi invece ho cominciato ad assaporare le contaminazioni del dialetto locale con le varie espressioni degli artisti: dal country di Viviana Laffranchi, al rap di Paolo Cicuta, alla melodia italiana di Ennio Corbucci, al Rock’n Roll degli Zappamiglio, al blues di Sergio Minelli, al folk di Alessandro Ducoli, ai sapori celitici dei SelvaggiBand, a quelli teatrali dei Geosinclinals, a quelli deandreaiani dei Malghesettindipendenti, a quelli dylaniani di Renato Bertelli, tutti in grado di valorizzare il dialetto bresciano e di adattarlo perfettamente ai differenti generi musicali. Un insieme di suoni e colori davvero rappresentativo di una realtà bresciana tutt’altro che nostalgica, ma anzi ben decisa a mantenersi attiva e assolutamente al passo con i tempi. Una citazione particolare devo però espimere a favore di Roberto Guarneri per aver citato in una delicata e struggente ballata alcune delle icone più care ai bresciani (La Pallata, I Ronchi), anche se già più volte riportate dagli autori bresciani nelle loro canzoni, e al brano di Paolo Cicuta, che in un rap scatenato giustifica la fretta caratteristica dei nostri concittadini spiegando che “A Brèsa gh’è le prèse che ta prèsa, a Brèsa gh’è le prèse che gh’à frèsa, el bel che gh’è la frèsa ‘n de ogni cà de Brèsa “ (A Brescia ci sono le presse che ti pressano, A Brescia ci sono le presse che hanno fretta, e il bello è che c’è la fretta in ogni casa a Brescia) !
Un bel modo per dimostrare che anche gli scioglilingua dialettali si ammodernano, senza rimanere ancorati agli antichi “Te fala màl amò la mà ?” (Ti fa male ancora la mano ?), Sìc sàc de sòc sèc (Cinque sacchi di tronchi secchi) o El sò asè isè ? (E’ su abbastanza così ?). Credo del resto che la musica debba ritrovare se stessa riappropriandosi delle tradizioni che l’hanno resa uno degli specchi della cultura popolare, servendosi proprio di quegli artisti che sono ancora i cantastorie delle realtà locali, impulsivi narratori di vita direttamente vissuta e non solo osservata, liberi e disinteressati oracoli dei propri tempi.
Che sia quello nuovo o uno di quelli già pubblicati, questi Cd saranno certamente uno dei regali che anch’io farò con maggior entusiasmo in futuro, a chi saprà ascoltare il richiamo delle proprie radici bresciane.